La chiesa di Santo Stefano dei Cavalieri si trova nella magnifica piazza dei Cavalieri, ed è dedicata a Santo Stefano martire, 23° papa della Chiesa cattolica dal 254 al 257 d.C.. La prima pietra fu posta il 17 aprile 1565 da Cosimo I de’ Medici per l’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, fondato dal granduca stesso per combattere la pirateria turca nel Mediterraneo e che aveva la sua sede nell’attiguo Palazzo della Carovana, oggi sede della Scuola Normale Superiore.

Progettata dal celebre architetto Giorgio Vasari, per costruirla venne demolita un’altra chiesa citata dal 1074, San Sebastiano alle Fabbriche Maggiori, che prendeva il nome dalle officine dei fabbri presenti nella zona almeno dal VII al XIII secolo. Ai lavori, ultimati nell’agosto del 1567, sovrintese l’architetto Davide Fortini; il 21 dicembre 1569 la chiesa venne consacrata. Il campanile fu eretto tra il 1570 e il 1572 da Giovanni Fancelli su disegno del Vasari; è caratterizzato da una elegante cella campanaria con trifore.

Nel corso del Seicento la chiesa fu abbellita con una serie di tele dipinte da maestri fiorentini, su commissione della famiglia Medici. L’altare e la navata furono progettati da Pier Francesco Silvani. Tra il 1683 e il 1691 furono edificati i due corpi laterali, che avevano la funzione di spogliatoi e magazzini per i cavalieri. Nel corso del XVIII e XIX secolo si pensò a rinnovare e ampliare la chiesa, ma nessun progetto fu portato a termine. Solo nel 1859 un ingegnere, Gaetano Niccoli, realizzò due vani simili a navate a partire dai preesistenti corpi laterali, non più utilizzati dai cavalieri dopo la soppressione dell’Ordine, che sono quelli che vediamo oggi e che all’esterno si distinguono dalla facciata per l’uso del laterizio.

La facciata, in marmo bianco di Carrara, fu disegnata da Don Giovanni de’ Medici, figliastro di Cosimo I, il cui progetto fu preferito a quello originario del Vasari. Fu coadiuvato dall’architetto Alessandro Pieroni. È caratterizzata da due ordini con colonne, lesene, cornici laterali, due grandi finestre, un arco ribassato al centro e un timpano con lo stemma dei Medici e dell’Ordine di Santo Stefano. Un’iscrizione ricorda l’edificazione della chiesa e un’altra la realizzazione della facciata. Le ali laterali vennero intonacate e decorate nel 1934.

Con l’unità d’Italia la chiesa, come altre chiese pisane, passò al demanio, ed è proprietà statale ancora oggi. Il demanio la concede in uso alla diocesi per il culto, mentre l’arcivescovo nomina un Rettore; attuale Rettore è don Francesco Barsotti.

Il ricchissimo interno

La chiesa aveva originariamente una pianta rettangolare a navata unica, con quattro altari lignei collocati nel punto in cui oggi si trovano le aperture per accedere alle navate laterali. L’interno è ampio e luminoso, e presenta sontuose decorazioni tese a celebrare le imprese dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano. Spiccano infatti subito i numerosi trofei di guerra: la eccezionale serie di bandiere, in gran parte conquistate ai turchi durante scontri navali, risalenti ai secoli XVI-XVIII, e gli antichi fanali di navi, collocati tra le ampie finestre laterali. Da un’imbarcazione da parata dell’ordine provengono invece i frammenti scultorei disposti sulla controfacciata e lungo la parete destra: risalgono alla fine del XVII secolo, il materiale è il legno policromo, e raffigurano schiavi turchi, animali e armi. Le acquasantiere sono di Giovanni Fancelli, scolpite su disegno del Vasari (1568).

Sempre sulla controfacciata e lungo le pareti sono cinque dipinti a monocromo, con Storie di Santo Stefano papa e martire, unica testimonianza dell’addobbo allestito per celebrare l’ingresso in città del granduca Ferdinando II (31 marzo 1588), cui si deve la commissione del ricco soffitto ligneo, intagliato e dorato da Bartolomeo Atticciati (1604). Il soffitto include sei dipinti su tavola raffiguranti episodi militari e civili dell’Ordine, eseguiti da importanti artisti fiorentini legati al casato mediceo; iniziando dall’altare maggiore troviamo la Vestizione di Cosimo I de’ Medici di Ludovico Cardi detto il Cigoli, il Ritorno della flotta dalla battaglia di Lepanto di Jacopo Ligozzi, L’imbarco di Maria de’ Medici a Livorno di Cristofano Allori, la Vittoria nell’arcipelago greco e La presa della città di Bona di Jacopo Chimenti detto l’Empoli, e L’espugnazione della città di Prevesa sempre del Ligozzi.

Lungo la parete sinistra si trova il pulpito, in marmi policromi, del fiorentino Chiarissimo Fancelli (1627), proveniente dal duomo. Sopra di esso si trova un quadro del pittore pisano Aurelio Lomi con Madonna con bambino tra i santi Giuseppe e Stefano del 1593. Nel presbiterio spicca l’altare maggiore, realizzato in marmi policromi e bronzo dorato da Giovanni Battista Foggini (1702-09), autore anche delle statue di Santo Stefano papa tra le allegorie della Religione e della Fede, e il trono in bronzo con il rilievo della Decapitazione di Santo Stefano. Nell’urna sottostante si conservano le reliquie di Santo Stefano, giunte a Pisa da Trani nel 1682.

Nell’ala destra si conservava la Lapidazione di Santo Stefano del Vasari (1571), attualmente esposta nel presbiterio, mentre nell’ala sinistra si trova una Natività di Cristo del Bronzino (firmata e datata 1564). Nell’anticamera della Cappella destra è collocato il gruppo scultoreo, in gesso e legno, con Santo Stefano e le allegorie della Ragione e della Trinità realizzato dal Foggini nel 1683 in occasione della traslazione del corpo del santo. Ancora del Vasari il disegno delle due acquasantiere in marmo, all’ingresso della chiesa, realizzate da Giovanni Fancelli nel 1568. Vicino all’altare maggiore, la Cappella del Santissimo Sacramento è una realizzazione di Florido Galli (1837).

I tre organi

Il Vasari incluse nel progetto due cantorie, spazi per per ospitare i cantori, ai lati dell’altare maggiore e sopraelevate. Ma nel 1571 nella cantoria di destra venne costruito un organo a canne, opera del cortonese Onofrio Zeffirini.

L’organo di sinistra venne costruito invece nel 1733 dal senese Azzolino Bernardino della Ciaja (sepolto nella chiesa); si trattava di uno strumento innovativo per l’epoca, con cinque tastiere e pedaliera, che rimase in buono stato per un mezzo secolo. In seguito cadde in disuso e, insieme all’altro organo, venne ristrutturato nel XIX secolo. Nel 1914 il romagnolo Giovanni Tamburini costruì un nuovo strumento, tuttora presente nella chiesa, dotato di tre tastiere di 61 note ciascuna, pedaliera concavo-radiale di 32 note e sistema di trasmissione elettrico.

Nella chiesa si trova inoltre, proprietà del Coro Vincenzo Galilei della Scuola Normale Superiore, un organo a cassapanca costruito dalla ditta Anselmi-Tamburini. Lo strumento, a trasmissione meccanica, ha una unica tastiera di 58 note e un pedaliera di 12 note costantemente unita al manuale.

(Alcune informazioni sono tratte da Wikipedia Italia)