Parola d’ordine: Notti magiche

Tre registi, tre voci diverse per raccontare tre notti che cambiarono per sempre le sorti di una famiglia, di una generazione o del mondo intero. Tre film, tre racconti evocativi in cui storie collettive e personali si fondono.

 

Bronzo.

Tutti lo sanno

Regia di Asghar Farhadi. Con Penélope Cruz, Javier Bardem, Ricardo Darín, Eduard Fernández, Bárbara Lennie. Genere Drammatico – Spagna, Francia, 2018. Durata 130 minuti. In programmazione al cinema Odeon di Pisa.

Dal regista premio Oscar Asghar Farhadi, la misteriosa sparizione di una ragazzina durante una festa di nozze farà riaffiorare un segreto tenuto nascosto per anni.

 

Argento.

Notti magiche

Regia di Paolo Virzì. Con Mauro Lamantia, Giovanni Toscano, Irene Vetere, Roberto Herlitzka, Marina Rocco.GenereCommedia – Italia, 2018, durata 125 minuti. In programmazione al cinema Isola Verde di Pisa.

È la notte in cui la Nazionale perde contro l’Argentina ai rigori e il produttore cinematografico Leandro Saponaro viene ritrovato morto nel Tevere all’interno della sua auto.

 

Oro.

First man – Il primo uomo

Regia di Damien Chazelle. Con Ryan Gosling, Claire Foy, Jason Clarke, Kyle Chandler, Corey Stoll, Patrick Fugit. Genere Biografico, Drammatico, Storico – USA, 2018. Durata 141 minuti. In programmazione al cinema Odeon di Pisa.

La storia di Neil Amstrong, il primo uomo sulla Luna.

La pellicola di Damien Chazelle è una ventata d’aria fresca nel panorama dei film di fantascienza ambientati nello spazio e dimostra la straordinaria versatilità del suo regista che, messo da parte l’Oscar vinto per La La Land, si cimenta in qualcosa di completamente diverso.

First man è la storia dell’astronauta della Nasa Neil Armstrong (Gosling), il primo uomo che nella storica notte del 20 luglio 1969 mise piede sulla Luna. Che questo film costituisca per il regista un’inversione di rotta si intuisce già dalle prime sequenze: Armstrong si trova in una navicella minuscola sparato nello spazio buio e inospitale e lo spettatore è lì con lui, sbalzato in ogni direzione mentre il pilota tenta con grande difficoltà l’atterraggio nel deserto del Mojave in California. I colori sono scuri, diverse tonalità di buio e di grigio e grazie all’uso sapiente delle tecniche cinematografiche lo spettatore percepisce tutto il senso di claustrofobia e l’immensa solitudine che devono aver provato gli astronauti durante le missioni. I colori tetri, il senso di claustrofobia e le ambientazioni spoglie sono motivi ricorrenti nel film.

Alla narrazione della storia personale dell’astronauta, segnata definitivamente dalla prematura morte della figlia, si intrecciano gli eventi storici che portarono a quella notte miracolosa: la guerra tra Urss e Usa per la conquista della spazio, la missione Gemini, l’utilizzo di tecnologie via via più avanzate.

Le due anime del film (il docu-film e il genere drammatico) non sono tuttavia ben integrate perché il dramma umano del protagonista viene calcato eccessivamente forse per cercare una maggiore incisività e un maggiore coinvolgimento emotivo nello spettatore, a discapito però della credibilità generale del prodotto finale. Ryan Gosling sfoggia per tutta la durata del film un’unica espressione afflitta e la sua interpretazione risulta priva di spessore: è l’uomo distrutto dal dolore per tutte le vite spezzate intorno a lui – della figlia e dei colleghi astronauti morti in tragici incidenti – ma è anche l’uomo alienato, disposto a tutto pur di raggiungere la sua missione, anche a sacrificare tempo e attenzioni alla sua famiglia. Il suo personaggio, Neil Armstrong, non è dipinto come l’eroe americano per definizione ma ci viene restituito in tutta la sua fragilità, con i suoi continui fallimenti, dando pari importanza ai ruoli di astronauta, padre e marito. E anche lo sbarco sulla Luna viene raccontato non come un’impresa eroica ma dall’interno, puntando il focus sull’uomo e sugli uomini che l’hanno resa possibile.

Così mentre gli altri registi si affannano con gli effetti speciali più incredibili, Chazelle ci riporta quasi in punta di piedi con un stile pulito, lineare, quasi sottotono nel punto più alto che l’uomo abbia mai raggiunto ma partendo dal basso: un viaggio nell’animo e nella solitudine di un uomo per mostrare quale sia il prezzo della realizzazione di un sogno.

Sara Russo