La chiesa di San Matteo in Soarta, anticamente chiesa dei Santissimi Innocenti, ha quasi mille anni di storia: fu infatti fondata, insieme all’annesso monastero, nel 1027, in una zona chiamata Suarta (oggi Soarta), dai coniugi Teuta e Ildeberto degli Albizzi, esponenti di una illustre famiglia pisana legata agli imperatori della dinastia sassone. Nel luogo dove sorse la chiesa esisteva già un’altra chiesa, appartenente agli stessi donatori, che venne demolita per fare posto al nuovo edificio. Nel nuovo monastero si stabilirono le monache dell’Ordine di San Benedetto, che vi rimasero fino alla soppressione dell’Ordine stesso (1786). L’anno successivo, 1787, vi si stabilirono le “canonichesse” di Leopoldo I Granduca di Toscana (ragazze povere ma nobili che non si erano sposate né fatte monache), che vi rimasero fino al 1818, quando il monastero fu restituito alle monache benedettine, una volta ricostituito il loro Ordine. Nel 1866, con la confisca di parte del patrimonio ecclesiastico da parte del neonato stato italiano, il monastero fu soppresso e adibito a carcere; nel secondo dopoguerra divenne infine sede del Museo Nazionale di San Matteo e del Dipartimento di Storia delle Arti dell’Università di Pisa.

La chiesa ebbe cura di anime almeno dal 1161, e prese il nome attuale nel XIV secolo. Provvedeva al culto un cappellano che veniva nominato dalla Badessa del monastero. Dal 1786 la nomina del parroco spettò al vescovo cittadino.

L’antica chiesa, a tre navate, andò in gran parte distrutta in un incendio nel 1607. Fu ricostruita dal Granduca Cosimo II tra il 1608 e il 1610, ad una sola navata. In questa occasione l’edificio fu accorciato e la parte aperta ai fedeli venne separata da quella esclusivamente monastica. Resti della antica chiesa sono visibili dietro la chiesa attuale, nei locali della sagrestia, e in altri ambienti oggi occupati dal Museo Nazionale di San Matteo, che ha inglobato anche l’antico chiostro del monastero.

Il 24 agosto 1857 papa Pio IX, di passaggio da Pisa, ricevette in San Matteo l’ubbidienza di tutto il clero pisano, come attesta una lapide posta sulla fiancata della parete sinistra all’interno della chiesa.

Nel 1944 la chie­sa subì consistenti danni a causa dei bombardamenti aerei alleati, dovuti alla vicinanza al Ponte della Fortezza; altri danni li fecero i tedeschi in fuga. La ricostruzione, a cura della Soprintendenza e del Genio Ci­vile, richiese molti anni e molta cura, data la delicatezza del complesso monumentale. La chiesa fu riaperta al culto il 21 settembre 1959. Con i bombardamenti andò distrutto anche l’archivio parrocchiale, pertanto non è possibile ricostruire la cronologia dei parroci che si sono succeduti in San Matteo prima di Monsignor Amedeo Salvini, che ne è stato priore per molti anni nel dopoguerra.

Attualmente la chiesa fa parte dell’Unità Pastorale Pisa Nord-Ovest con Santa Maria Madre della Chiesa, Santissima Trinità (a Ghezzano) e Santa Marta, il cui parroco è don Luigi Gabbriellini. La chiesa è chiusa al culto, ma viene aperta e vi si tengono funzioni per occasioni particolari.

L’esterno

La facciata, in marmi bianchi, con timpano triangolare e finestrone sottostante, fu terminata nel 1610, sotto il governo della Badessa Eugenia Arnia, come attesta l’iscrizione del fregio sotto la base del timpano.

Alla ricostruzione seicentesca risalgono anche i quattro finestroni del primo tratto del lato lungo l’Arno, anch’esso in marmi bianchi. Il secondo tratto costituisce quello che resta del­la vecchia chiesa, con le tre navate, lungo le quali sono inserite cinque arcate con pilastri addossati e capitelli, sormontate da un secondo ordine di arcate più piccole. Questo tratto oggi non fa più parte della chiesa, ma ospita i locali della sagrestia. All’edificio medievale è riconducibile anche la base in pietra del cam­panile. Il campanile in origine era più alto, fu abbassato dai fiorentini dopo la conquista di Pisa (1406) come segno di sottomissione ai nuovi padroni. La parte del campanile sopra la base, che ospita le campane, fu ricostruita nel XVI secolo, ma più bassa rispetto all’originale.

L’interno

Nel 1705, quasi un secolo dopo la ristrutturazione, l’interno della chiesa fu sottoposto a una serie di interventi di abbellimento e rifacimento. In particolare fu deciso di decorare la volta, lavoro imponente affidato ai fratelli Melani. Tra il 1717 e il 1719 i Melani vi affrescarono la Gloria di San Matteo. L’intervento trasformò l’interno dell’edificio, nelle parole di Maria Giulia Burresi, “in un grande scenario a cielo aperto per il trionfo del santo eponimo, tra le qua­drature possenti e gli stuc­chi dorati di alto linguag­gio barocco”; “Il santo si eleva infatti forando lette­ralmente lo spazio con una rappresentazione da sotto in sù che ha il suo fuoco ot­tico nell’enorme piede de­stro in stucco pendente dalla volta”. Il registro sottostante è costituito da finte architet­ture, in parte dorate, finti pilastri e finte finestre che richiamano la parete destra.

La volta affrescata

Notevole l’effetto scenografico di contrasto tra la zona ribassata dell’ingresso, po­sta in penombra e decora­ta a monocromi dagli stessi Melani in collaborazione con l’allievo Tommaso Tommasi, e la luminosa policromia del soffitto.

L’altare maggiore, dedicato al santo titolare della chiesa, presenta un timpano spezzato sul quale poggiano due figure allegoriche (la Giustizia e la Fede), che incorni­ciano un dipinto ovale raffigurante Dio Padre (risalente alla prima metà del XVII secolo). L’opera, incorniciata da due ampi festoni di frutta e coronata da un timpano, è stata attribuita a Francesco Romanelli, al quale appartiene anche la Voca­zione di San Matteo, posta nella parte inferiore. Tommaso Tommasi e i Melani realizzarono inoltre i due ovali posti a fianco dell’altare maggiore con la Madonna col Bambino, Sant’Anna e San Giovan­nino e Estasi di San Be­nedetto (datati post 1719).

Sulla parete di sinistra si trova un dipinto con San Matteo che resuscita il figlio del re d’Etiopia, realizzato da Francesco Trevisani nel 1735 circa. Attorno al 1730 Sebastiano Conca dipinse il Martirio di San Matteo, posto sopra il confessionale seicentesco in marmo a due fornici.

L’interno con l’altare

Sulla parete destra, partendo dall’altare maggiore, si trovano il San Matteo che battezza una regina etiope, di Marco Benefial, del 1730 circa.

Allo scultore Andrea Vaccà, lo stesso che lavorò alla ristrutturazione della vicina chiesa di Santa Marta, sono state attribuite le due acquasantiere in marmo addossate alle colonne d’ingresso e sostenute da figure di angeli. Al XVII secolo risale la maggior parte dell’arredo scultoreo. Da notare la Croce dipinta del XII secolo, con la Vergine e San Giovanni Evangelista, ai lati, e putti con i simboli della passione, nella parte superiore, realizzati nel 1563 da Giovanni Stefano Marucelli. La testa del Cristo è un rifacimento moderno.

(Alcune notizie sono tratte dal sito web dell’Unità Pastorale Pisa Nord-Ovest e da Wikipedia Italia)