Mercoledì 3 ottobre, nella Chiesa di S. Matteo, il prete Alejandro Solalinde, sacerdote messicano impegnato in prima linea nel soccorso dei migranti in Messico, ha incontrato la cittadinanza.

L’occasione, nel quinto anniversario del naufragio di Lampedusa, ha permesso ai presenti di ascoltare la testimonianza del prete che ha messo a disposizione la sua vita per la salvaguardia dei migranti, schierandosi apertamente contro la corruzione pubblica e il crimine organizzato.

Dopo aver sfidato i cartelli della droga e la polizia, il sacerdote si è fatto persino arrestare in segno di solidarietà con gli immigrati ‘irregolari’. Dal 2011 vive sotto scorta, a causa delle minacce dei narcos, disposti a pagare un milione di dollari per avere la sua morte.

Candidato al Premio Nobel per la pace nel 2018, ha fondato nel 2007 Hermanos en el Camino, un centro di aiuto per i migranti diretti verso Stati Uniti, nella città di Ixtepec, a sud del Paese, dove ogni anno transitano 20 mila persone, offrendo loro riposo, cibo, e protezione sia dalla polizia che dai narcotrafficanti.

Nell’incontro di ieri pomeriggio Solalinde ha ripercorso alcune tappe della sua storia e di quella degli indocumentados, documentata, con la collaborazione della giornalista Lucia Capuzzi, nel suo libro ‘I narcos mi vogliono morto. Messico, un prete contro i trafficanti di uomini.’

«Quando ho incontrato i migranti – racconta – non sapevo chi erano, non conoscevo le loro storie. Vivendo e parlando con loro ho scoperto tutte le violenze e i soprusi che subiscono nei  loro Paesi di origine e anche durante il loro transito. Non ho potuto rimanere indifferente. Sono diventato un sacerdote itinerante, ho viaggiato, ho vissuto con loro, li ho conosciuti e ho provato sulla mia pelle le minacce e le violenze.»

Ogni anno, in Messico, transitano mezzo milione di indocumentados, diretti negli Stati Uniti, e 20 mila di loro spariscono nel nulla. Nel loro viaggio sono vittime di violenze, torture, schiavismo sessuale, per un commercio che vale 50 milioni di dollari all’anno.

La vicenda di padre Solalinde, il coraggio dimostrato contro tutto questo sistema, il suo impegno sociale, per cui ha ricevuto anche il Premio nazionale per i diritti umani, hanno appassionato migliaia di persone: dal 2012 Amnesty International ha lanciato una campagna internazionale per proteggerne l’incolumità e, lo scorso anno, l’Universidad Autónoma del Estado de México lo ha candidato al Premio Nobel per la pace nel 2018.

L’incontro è stato organizzato da Editrice Missionaria Italiana con la Comunità di Sant’Egidio.

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